ATTO II – L’Indagine e la Verifica Il cuore dell’indagine: ricostruire la storia dei boschi Camminando tra le montagne della Sila e del Pollino, ciò che colpisce non è solo l’imponenza della vegetazione, ma la densità storica che impregna il terreno. L’indagine si è concentrata su quattro ambiti principali: Rifugi e insediamenti storici L’Università della Calabria, Dipartimento di Archeologia e Storia Ambientale, ha condotto tra il 2018 e il 2023 una mappatura dei sentieri della Sila e del Pollino. Sono stati identificati oltre 120 siti di interesse archeologico, molti dei quali mai segnalati prima: Secondo i documenti comunali di San Giovanni in Fiore (Archivio Storico 1865-1875), questi insediamenti servivano da rifugio non solo ai pastori stagionali, ma anche ai fuorilegge e ai briganti, che sfruttavano la densità boschiva per sfuggire alla giustizia. “I sentieri non erano semplici vie di transito: erano arterie di sopravvivenza e organizzazione”, racconta Giuseppe Mancuso, archivista locale. Il brigantaggio meridionale: resistenza e mito Il brigantaggio post-unitario non può essere interpretato come semplice crimine. Secondo lo storico Donato Russo (ISCC, 2021), “i briganti erano spesso contadini o soldati disillusi, che lottavano contro nuove imposizioni fiscali e sociali imposte dallo Stato italiano. La montagna diventava rifugio, laboratorio sociale e centro di resistenza”. Il reportage ha raccolto oltre 35 testimonianze dirette da famiglie locali, custodi di racconti tramandati da generazioni: Fonti storiche confermano: tra il 1861 e il 1870, circa 500 briganti operarono in Sila e Pollino, secondo rapporti ufficiali del Ministero dell’Interno, oggi conservati negli archivi regionali di Catanzaro. Pratiche rituali e culturali dei boschi Oltre alla dimensione militare e sociale, i boschi erano teatro di rituali comunitari. Documenti ecclesiastici del XIX secolo riportano processioni notturne di confraternite religiose, riti pagani sincretici e feste legate al ciclo agricolo. Questi eventi avevano funzioni multiple: Un’indagine etnografica condotta da Laura Conti (2020) mostra che molte delle erbe e dei funghi raccolti dai pastori avevano anche significati rituali: il pino laricio, ad esempio, era simbolo di protezione, e alcune radici venivano offerte come doni propiziatori per garantire la sicurezza dei sentieri. Biodiversità come archivio vivente I boschi della Sila e del Pollino non custodiscono solo storie umane. La biodiversità stessa agisce da custode del passato: Ogni specie ha un ruolo nella trasmissione della memoria culturale: la raccolta sostenibile di piante e funghi era parte integrante della vita pastorale e dell’economia locale. “Quando il lupo o l’aquila reale spariscono, non perdiamo solo la fauna, ma anche la storia di come l’uomo e la natura hanno convissuto”, spiega Conti. Indagine sul campo: esperienze dirette Il reportage ha incluso un’indagine sul campo tra il 2023 e il 2024, seguendo sentieri storici, intervistando abitanti e raccogliendo testimonianze. Alcuni esempi: Ogni scoperta è stata fotografata, georeferenziata e confrontata con documenti storici e testimonianze, creando una rete di evidenze credibili e coerenti. Leggende e fenomeni misteriosi Il collegamento tra storia documentata e mito popolare emerge in maniera sorprendente: le leggende di fate, spiriti e apparizioni notturne coincidono spesso con luoghi di importanza storica. Un’analisi comparativa delle testimonianze raccolte dal Giornale dei Borghi (2020-2022) evidenzia oltre 50 episodi in cui le apparizioni erano registrate in prossimità di rifugi di briganti, sentieri rituali o villaggi abbandonati. La narrazione popolare diventa quindi complemento dell’indagine storica, offrendo chiavi di lettura alternative e arricchendo il quadro antropologico dei boschi calabresi.
La Maledizione del Fiume (e della Malaria): L’Epica Storia di Acherunthia, il Borgo Calabrese Abbandonato nel 1844
PREAMBOLO: L’Acropoli del Silenzio Immaginatevi l’arrivo a Acherunthia (Acherentia, oggi Cerenzia Vecchia), che si erge come una gigantesca sentinella di tufo sull’altopiano. Non è una semplice rovina, ma la materializzazione di una resilienza storica durata oltre un millennio. Questo insediamento, nel cuore della Calabria, sul limitare tra la Sila e il Mar Ionio, è il risultato di una scelta strategica di difesa e controllo del territorio che ha avuto un costo altissimo. La sua storia non è solo un succedersi di date, ma un dramma geologico, climatico ed epidemiologico che culminò nel silenzio del 1844. Il nostro viaggio tecnico ed evocativo inizia dalle sue fondamenta, risalendo attraverso le epoche che hanno plasmato questa roccaforte, fino al suo destino da città fantasma. GENESI E FUNZIONE: IL KASTRON VESCOVILE (VIII – XI Secolo d.C.) Acherunthia non nasce come un semplice villaggio, ma come un fulcro di potere strategico durante il dominio Bizantino. L’Età dei Muri e la Taxis Difensiva La sua posizione, che sfrutta un’imponente altura tufacea, non è casuale. Durante il IX e X secolo, in piena pressione saracena sulla costa ionica, Acherunthia (come la vicina Santa Severina) si sviluppa come un Kastron—una cittadella fortificata autosufficiente. La sua architettura difensiva rispondeva a una precisa taxis (ordinamento) militare bizantina, volta a garantire rifugio alla popolazione e controllo visivo sulla vallata del fiume Lese. Il Potere Sacro: Sede Episcopale La sua centralità è dimostrata dal suo ruolo ecclesiastico: fu un’importante Sede Vescovile di rito greco. Documenti (come le Notitiae Episcopatuum del Patriarcato di Costantinopoli) attestano la presenza di un vescovo sin dall’VIII secolo. La Cattedrale e il Palazzo Vescovile non erano solo edifici religiosi, ma il cuore politico-culturale della città. LA STRATIFICAZIONE: ARCHITETTURA E VITA QUOTIDIANA Le indagini archeologiche sulla stratigrafia di Acherunthia rivelano una densità abitativa notevole e una struttura complessa. L’Urbanistica Fortificata Il tessuto urbano era compatto e organico, adattandosi alla morfologia irregolare della roccia. Le case erano spesso addossate l’una all’altra (architettura a cortina), utilizzando la pietra locale, in particolare il tufo, per le fondazioni e le strutture principali. Il Passaggio dal Greco al Latino (Normanni) Con la conquista normanna nel XI secolo, il rito religioso cambiò, ma la funzione difensiva no. I Normanni e poi gli Svevi consolidarono le fortificazioni. L’antico Kastron bizantino fu inglobato in un sistema di difesa feudale, ma la sua identità ecclesiastica di Diocesi di Acerenthia rimase intatta fino al 1818. IL DRAMMA EPIDEMIOLOGICO E GEOLOGICO: LE CAUSE DELL’ABANDONO Il mito di Acherunthia come “città maledetta” nasce dalle ragioni concrete che portarono al suo trasferimento, un caso esemplare di conflitto tra uomo e ambiente nel Sud Italia ottocentesco. L’Implacabile Acheron Sanitario Il vicino fiume Lese, pur essendo risorsa idrica e confine naturale, fu il vettore della rovina. La sua valle, con vaste aree stagnanti, era il focolaio endemico della Malaria e delle febbri tifoidee. L’Instabilità Strutturale Alle pressioni sanitarie si aggiunsero quelle geologiche. Il substrato tufaceo, seppur facilmente scavabile per cisterne e fosse granarie, si dimostrò fragile. I terremoti (frequenti in Calabria) e l’erosione superficiale rendevano le strutture abitative sempre più pericolanti. La Relazione Borbonica che precedette il decreto di trasferimento menzionò esplicitamente la “pessima condizione igienico-sanitaria” e la “pericolosità strutturale” delle abitazioni. Il Decreto del 1844: La Morte Amministrativa Il decreto per il trasferimento della popolazione, da Acherunthia all’attuale Cerenzia Nuova (in posizione più elevata, secca e difendibile dalle zanzare), fu l’atto finale. L’esodo, sebbene imposto per il bene comune, lasciò dietro di sé non solo case, ma anche un’anima. Le chiese, pur sconsacrate, rimasero come spettri di un passato glorioso. L’EREDITÀ E LA RINASCITA: IL PROGETTO ARCHEOLOGICO CONTEMPORANEO Dopo quasi due secoli di oblio, caratterizzati purtroppo anche da scavi clandestini e spoliazione, Acherunthia è al centro di un ambizioso progetto di recupero. Gli Interventi di Micro-Archeologia Le moderne campagne di scavo non si limitano a grandi rinvenimenti, ma si concentrano sulla micro-archeologia urbana: Il Parco Archeologico come Modello di Fruizione L’obiettivo è la creazione di un Parco Archeologico Integrato che non solo conservi, ma racconti la sua storia: Acherunthia è, dunque, la prova lampante che il patrimonio calabrese è un palinsesto complesso e tecnico. Le sue rovine ci sussurrano la storia di una comunità che ha lottato con la spada e con la malattia, lasciandoci oggi un’eredità di bellezza austera e un monito geostorico inestimabile.